768 metri.
26 abitanti.
Una storia che nessun museo racconta.
Un borgo dell'entroterra marchigiano che ha dato una santa alla Cina e salvato 8.600 vite dai nazisti.
Il conte che sconfisse i saraceni
La leggenda dice che fu un condottiero di nome Maginardo a fondare questo castello, dopo aver vinto i saraceni nella battaglia di Montemoro. Nessun documento lo conferma. Ma la piazza del paese porta ancora il suo nome — e da 1.100 anni nessuno l'ha mai cambiata.
Lo storico Marcucci, che fu vescovo di Montalto e originario lui stesso di Force, è tra le prime fonti a citare questa leggenda. La tradizione lega Castel di Croce anche alla vicina rocca di Montemoro, retta — sempre secondo il racconto popolare — da un feudatario fedele a Maginardo. I due territori restarono legati fino all'Unità d'Italia. Alcuni storici locali hanno anche ipotizzato, senza alcun documento a supporto, la presenza di cavalieri Templari nella zona — un'altra leggenda mai verificata, ma che ancora oggi alimenta il fascino del borgo.
Una pastorella, un profumo, un miracolo
Battezzata in questa chiesa, cresciuta a fare la pastora tra queste pietre. A vent'anni partì per farsi suora. A ventisette morì in Cina, di tifo, in un orfanotrofio dove cucinava per i bambini abbandonati. Venti minuti prima di morire, un profumo di violette riempì la stanza. Durò tre giorni. Il suo corpo, riesumato otto anni dopo, era intatto. I cinesi la chiamano ancora "la santa dei profumi."
Nata a Force il 20 agosto 1878 da Luigi Pallotta e Eufrasia Casali, fu battezzata e cresimata nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Castel di Croce, dove visse come pastorella presso le zie quando la sua famiglia si trasferì a Force per ragioni economiche. A vent'anni lasciò la casa paterna per Roma. Pronunciò i voti nel 1900, la professione perpetua nel 1904 a Firenze, e si imbarcò da Napoli lo stesso anno per la Cina — destinata allo Shanxi, dove sette consorelle erano già state uccise durante la Rivolta dei Boxer. Morì di tifo nel 1905, a 27 anni. Fu beatificata da Pio XII nel 1954.
Un sacerdote, due chiese in rovina
Don Sante Nespeca arrivò qui giovane vicario. Trovò due chiese fatiscenti e un paese che si stava spopolando. Le ricostruì entrambe, pietra su pietra. Non sapeva ancora che quelle stesse mura sarebbero diventate un comando partigiano, un nascondiglio, un rifugio.
Nato a Castorano nel 1912, fu ordinato diacono nel 1935 e nominato vicerettore del seminario di Ascoli dal vescovo Cattaneo. Arrivato a Castel di Croce, ricostruì sia la chiesa di Santa Maria del Popolo che il tempio di San Severino, inaugurati entrambi l'8 settembre 1939 insieme a un nuovo oratorio per la gioventù.
Una trasmittente sotto la canonica
Dopo l'armistizio, nella casa del parroco arriva una radio clandestina. Per un periodo, il comando della Banda Paolini si trasferisce qui — con tanto di arsenale. Un caporale inglese viene arrestato dai fascisti. Don Nespeca organizza la sua liberazione. Riesce. Il messaggio radio che torna indietro, via Radio Bari:
"Enrico bene arrivato. Salute prete!"
Il comando della Banda Paolini — guidata da Gianmario Paolini, 24 anni, sottotenente piemontese delle guardie di finanza — si stabilì per un periodo proprio nella casa del parroco. Quando i fascisti arrestarono il caporale inglese Enrico Fischer, un primo tentativo di liberarlo sulla strada di Montemonaco fallì. Ma la notte stessa, i partigiani circondarono la caserma di Force e intimarono al maresciallo fascista la liberazione del prigioniero prima dell'alba. Fischer fu liberato.
Il sentiero che salvò ottomila uomini
Dai campi di prigionia di Sforzacosta, Servigliano e Monte Urano, migliaia di prigionieri alleati in fuga risalgono la montagna. Dalla Fontevecchia di Castel di Croce, il parroco e la sua gente li guidano attraverso sentieri nascosti fino al mare, a Cupra Marittima. Lì, di notte, su barche da pesca, raggiungono le navi al largo.
8.600 uomini passano da qui. Tutti salvi.
La rotta di fuga arrivava fino a Fosso San Giuliano, a Cupra Marittima, dove un piccolo tempio ricorda oggi 14 caduti. Sotto la villa del Conte Vinci — fondamentale il ruolo della contessa Andreola Vinci Gigliucci, detta "Babka", e del marito Zeno Gigliucci — i capitani Makì e Ranieri organizzavano il trasbordo degli ex prigionieri su canotti e barche da pesca verso le navi alleate al largo della costa.
Mortai all'alba su ventisei case
I tedeschi sanno. Il 9 marzo attaccano Rovetino — i partigiani resistono, un solo caduto. Tre giorni dopo, all'alba, i mortai si abbattono direttamente su Castel di Croce. Dopo ore di scontro a fuoco, il paese cade. Don Nespeca viene ferito. Resterà nella memoria del paese come il giorno più duro.
L'attacco fu annunciato in anticipo da un messaggio portato da Ascoli da un certo Severino Cataldi: "giorno 9, ore 9". La risposta partigiana fu organizzata dal tenente Paolini e dal sottotenente degli Alpini Settimio Berton, alla presenza dello stesso don Nespeca. Il 9 marzo, a Rovetino, i partigiani prevalsero con un solo caduto, Gino Capriotti detto "Saltamacchia". Tre giorni dopo, i tedeschi attaccarono direttamente Castel di Croce con fuoco di mortaio, conquistando il paese dopo una lunga sparatoria.
Quando arrivarono a dire grazie
Liberata Ascoli, il comando alleato sale fino a questo borgo di poche case per ringraziare di persona. Il 2 luglio, un diploma e un riconoscimento ufficiale arrivano per ognuna delle 124 famiglie del paese. Per una volta, la storia grande si ferma a dire grazie a quella piccola.
Ad Ascoli, nei mosaici della cattedrale realizzati dal pittore Pietro Gaudenzi, un pannello dedicato a quei giorni — "La Messa al campo" — ritrae anche i partigiani, presenza più unica che rara in un luogo di culto. Gaudenzi voleva ritrarre don Nespeca stesso come celebrante, ma il sacerdote rifiutò: l'artista lo dipinse allora di spalle, sull'altare.
Cent'anni dopo, una chiesa per lei
Nel centenario della nascita della beata Pallotta, il paese le dedica un santuario. Lo progetta l'architetto Vincenzo Pilotti. Lo decora il pittore Pietro Gaudenzi. Un papa, Pio XII, aveva già contribuito all'altare anni prima — guidato dalle ricerche storiche dello stesso don Nespeca, che per anni aveva ricostruito pagina per pagina la vita della beata negli archivi parrocchiali.
Fu lo stesso don Nespeca, per anni, a ricostruire dall'archivio parrocchiale, documento dopo documento, la storia della Beata Pallotta. Pio XII offrì personalmente un contributo per l'altare e la torre del santuario, citando nel Rescritto Pontificio proprio le ricerche storiche di don Nespeca.
"Ritorno per il vero riposo"
"Ritorno per il vero riposo,
tra i miei battezzati."
Don Nespeca muore a Roma nel 1986. Nel testamento chiede di tornare qui. Nel 2018 il paese gli intitola il belvedere — lo stesso spazio dove lui stesso volle costruito il monumento ai caduti della Resistenza. Le sue spoglie riposano oggi nella chiesa che ricostruì da giovane.
Le parole esatte del testamento di don Nespeca: "Ritorno per il vero riposo e per la mia attesa cristiana tra i miei battezzati. […] Ho chiamato otto sacerdoti all'Altare e tra questi un missionario. Li riconoscerò, lo credo davvero, da un murmure stupendo: forse il rosario per don Sante." Le sue spoglie furono poste nel cimitero di Castel di Croce, e nel 2018, dopo l'intitolazione del belvedere, traslate nella chiesa di San Severino che lui stesso aveva ricostruito da giovane sacerdote.
La memoria non è un monumento
Ogni anno, il 9 marzo, il paese si ritrova al belvedere. Corone, messa, il sindaco, l'ANPI. Ventisei abitanti — ma la storia che custodiscono pesa quanto quella di una città.
Alle cerimonie partecipano ogni anno il sindaco di Rotella, rappresentanti dell'ANPI provinciale, e spesso anche autorità religiose e civili da Ascoli Piceno. La memoria della Resistenza in questo borgo non è mai stata data per scontata: ogni 9 marzo, da decenni, il paese si ritrova.
Le storie sono ancora qui
Castel di Croce ha 26 abitanti. Ognuno custodisce un pezzo di questa storia che nessun archivio racconta. Questo spazio è per le loro voci.
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